I Teatronauti del Chaos di Marco Palladini

È in uscita il volume:

I Teatronauti del Chaos
di Marco Palladini
Prefazione di Antonio Attisani
Fermenti Editrice, 2009, pp. 276, euro 20,00.
www.fermenti-editrice.it

I teatronauti del chaos di Marco Palladini è, come recita il sottotitolo, un’ampia ricognizione su La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008). In sostanza, l’autore propone un molteplice e assai variegato racconto critico su un trentennio di spettacoli sia italiani sia stranieri, inscenati sulle ribalte nostrane. È un percorso fitto e ricco di centinaia di nomi e di allestimenti, alcuni ‘storici’ o molto acclamati, altri dimenticati o visti da pochissime persone, che si configura anche come un personale memoir che, probabilmente, dice di più sul soggetto che resoconta che sull’oggetto riferito. Testimone appassionato e ‘di parte’, Palladini si è concentrato sui lavori prodotti dai teatri d’avanguardia e di ricerca, immergendosi nelle loro scritture sceniche anticonvenzionali, eterodosse, per interazione con i linguaggi polisemici, multimediali della contemporaneità e per libere “con-fusioni” di arte/vita.
Il volume, corredato da numerose foto, si articola in tre corposi capitoli centrali imperniati sui “colpi di memoria” critica relativi agli anni ’80, ’90 e 2000. Ci sono inoltre, dei capitoli di tipo monografico dedicati a Leo de Berardinis, la Socìetas Raffaello Sanzio, Simone Carella, Enrico Frattaroli e Marcello Sambati. Un capitolo finale è dedicato a Giuseppe Bartolucci e Maurizio Grande, due teorici e pensatori di teatro, da tempo scomparsi, che rimangono degli insuperati esempi di critica militante “tensioattiva”. La prefazione del libro è firmata da Antonio Attisani, uno dei più importanti studiosi italiani di teatro, che scrive tra l’altro: «Marco Palladini è abile nell’attirare il lettore nel suo fantastico e chaotico Hermitage dell’avanguardia, popolato di fantasmi, fantasmi di vivi e di morti. Tante volte, leggendo, sono rimasto a boccaperta di fronte a questi schizzi che si animavano e diventavano ritratti, a questa collezione privata che si trasformava in un imponente museo.»


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